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Nomadi digitali e smartworking – Le aziende private e pubbliche devono adeguarsi

nomadi digitali


Cosa significa essere un nomade digitale oggi? Certo non vuol dire lavorare seduto su una sdraio in spiaggia mentre si sorseggia un bloody mary ascoltando musiche caraibiche come qualcuno vuole farci credere. 

Il nomade digitale è una persona che solitamente lavora anche più degli altri proprio perché non ha ufficio fisso ne orari prestabiliti. Teoricamente, per rientrare in questa categoria, basta possedere un computer portatile, uno smartphone e frequentare luoghi dotati di connessione wifi.

Ci sono varie professioni che si possono svolgere essendo un nomade digitale, dallo youtuber, lavoro agognato dai giovani, al giornalista, allo scrittore, al social media manager, al programmatore, ecc.

Chi fa il libero professionista può iniziare un’attività da nomade digitale dall’oggi al domani, ma in un’azienda privata o pubblica siamo molto lontani a far digerire questi nuovi modelli di lavoro.

Ad oggi poche e lungimiranti aziende private hanno messo in pratica lo smartworking, sistema che permette ai propri dipendenti di lavorare a prescindere dall’orario, dalla sede, dalla postazione pc fissa, dalla rete aziendale, dal telefono presente in ufficio, dalle pratiche cartacee, in definitiva da un sistema che traduce, in maniera poco intelligente, la produttività con le ore di presenza in ufficio.

A queste poche aziende è bastato testare qualche mese lo smartworking sui propri dipendenti per riscontrare quanto il rendimento vada di pari passo con il benessere lavorativo, quello vero, legato alla discrezionalità degli orari e dei luoghi di lavoro, dove un dipendente si confronta su progetti ed obiettivi e non su routine quotidiane per nulla stimolanti.

Chi, come me, si occupa di “nuova” comunicazione, facendo il giornalista, il social media manager, il comunicatore pubblico, sa benissimo che i tempi della comunicazione, anche quella legata al mondo della Pubblica Amministrazione, si sono estremamente ridotti. Diminuire il tempo di risposta ad un cittadino o comunicargli, in tempo reale, la chiusura di una via a causa di un incidente, ad esempio, significa offrirgli un servizio migliore,  aumentandone la qualità della vita sul territorio e contemporaneamente aumentando l’autorevolezza del proprio ente e costruendo un rapporto più stretto con la cittadinanza.

Per questo non basta una norma, una direttiva, una circolare, per attivare un sistema lavorativo innovativo ed attuale come questo, ma serve un cambio di mentalità nelle aziende private e pubbliche, che parta dalla consapevolezza di un cambiamento necessario per restare al passo con i tempi, che venga incontro alle esigenze vere delle persone, che possa assecondare i bisogni dei cittadini e dei lavoratori, che permetta un’evoluzione necessaria, di un modo di concepire il lavoro ormai obsoleto.

Io, come tanti amici e colleghi, mi sento a tutti gli effetti un nomade digitale dove nella concezione di lavoro, le quattro mura di un ufficio, si smaterializzano, dove gli strumenti di utilizzo quotidiano stanno in una tasca, lo smartphone, in uno zaino, il computer, dove i documenti, gli archivi fotografici sono raccolti in cloud e condivisi in tempo reale con il mio team, dove la comunicazione interna passa principalmente attraverso brevi messaggi su gruppi di Whatsapp, Telegram, Messenger e non attraverso la posta cartacea o chilometriche mail indirizzate a centinaia di destinatari, dove spesso le migliori strategie nascono, in cinque minuti, davanti ad un caffè e non in estenuanti riunioni di ore. 

Evolviamoci in nomadi digitali o ci estingueremo come vecchi e stanchi dipendenti.

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